Radici.

Si viaggia di nuovo dentro al mare del deserto, oggi le immense distese di sabbia racchiuse dentro grandi dune sono coperte da un manto di nuvole che giocano a nascondere le cime. Piccoli filamenti si avvitano sui ripidi pendii e il colore blu del cielo è sostituito da numerose tonalità di grigio. Non cade la pioggia, ma è presente solamente una lieve umidità che il terreno cerca di recuperare disponendo la sabbia a forma di alveolo, sembra quasi voglia respirare.

Prepariamo la vettura per affrontare il fuori pista e ci dirigiamo all'inizio del cammino che porta al Vlei morto, un cielo coperto è una eccezione e non la normalità, sempre se di normalità si può parlare in un posto simile. La temperatura bassa punge la pelle scoperta e servono parecchi passi prima di sentire del calore, ci incamminiamo parlando di noi, ombre nere che avanzano nella nebbia. La fotografia mi ha sempre accompagnato da quando ho iniziato a viaggiare e l'ho utilizzata come mezzo per decifrare un luogo attraverso la composizione, una sorta di rituale che richiede tempo e pazienza, dove gli elementi presenti sul terreno devono essere ricomposti come piccoli pezzi di un lego. L'interpretazione può essere assolutamente personale con risultati deludenti oppure esaltanti a seconda di come si percepisce un luogo per la sua natura. Credo di aver raggiunto questi risultato solamente tre volte: una in cambogia , una in Siberia e una in Africa. Rivedendo quelle tre immagini riesco a percepire un equilibrio che coglie forme fisiche ma che in realtà sono forme pure private di ogni elemento materiale e trasformate chiaramente in essenze. Non sono mai riuscito a capire perché proprio quelle tre immagini mi colpivano, solo qua in Namibia ho colto finalmente la chiave. Sono immagini figlie di un processo cognitivo sensato che rappresentano l'essenza del luogo, mi rammarica il fatto di esserci riuscito solamente tre volte ma tant'è.

Oggi non colgo l'essenza a causa del tempo, scatto solo una fotografia come tante e sereno accetto l'idea che non serve aggiungere e cercare altro.

Passiamo il resto della giornata parlando di tutto quello che abbiamo vissuto, un percorso stupendo condiviso in ogni chilometro, una prova per conoscerci ancora più in profondità, per riporre totale fiducia e capire che condividere le nostre vite e aprirci completamente l'uno all'altro sarebbe stato il dono più grande da cogliere. Un vento leggero muove la sabbia sulla superficie della duna, siamo sulla cima a piedi scalzi e la sensazione è quella che si prova toccando la seta, ci accorgiamo solamente ora che il cielo è di nuovo limpido pronto a lasciare spazio alle ombre create dall'ultima luce. Siamo nuovamente soli in un angolo sperduto di questo mondo e non ci serve nient'altro se non la persona che ci sta seduta accanto.

Ogni viaggio è diverso, il mio spirito è legato all'emozione della scoperta, si deve arricchire di continuo e deve essere costantemente coltivato, il rientro è una parte del viaggio obbligata una sosta che puntualmente mi rende irrequieto. Ho bisogno di partire, ho la necessità di cambiare terra, ho bisogno di cambiare idea, ho questa necessità perché sono le radici a mancarmi, sono figlio di due mondi completamente differenti, non sono un Bormino con la sua mentalità tipicamente lombarda, e non sono sardo perché mi manca proprio il retaggio e la fierezza del popolo che vive nella terra dei nuraghe. Sono ancora in via di definizione ma forse lo siamo tutti, posso dire però di aver trovato una compagna che mi aiuterà in questa ricerca perché percepisce le mie stesse esigenze, figlia di bielorussi e moldavi scappata da una terra che non sentiva più sua.

Le popolazioni si incrociano, i confini cambiano e le persone si incontrano, mentre le più fortunate non si lasceranno più.


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